Sempre tu

Io ne ho già nostalgia.
Nostalgia dei sampietrini di piazza san Francesco, nostalgia di quei ragazzi che venerdì sera cantavano a squarciagola sonate pugliesi per festeggiare la laurea dell’amica. Dei romani che commentano il conto di Fantoni. Mi manca già l’accento dei sardi del Cantinone che mi versano il vino al calice. O “il tiro” al portone del Margot, che ancora ogni volta mi fa firmare il foglio da socio del circolo che dovrebbe essere. E il suo Primitivo. E la rosticceria che apre alle 13.30 di domenica, perché Agostino si è scordato del cambio d’ora. E la “contessa” che ieri mi ha dato lo schiaffo sul culo mentre uscivo dalla birreria del Pratello perché gli uomini son tutti “stronzi cattivi” e prima o poi ci lascia le penne ed un pezzo di storia, ancora uno, sarà scomparso da quel quartiere, rimanendo solo nelle nostre parole. Come il vero Osvaldo e la “Paris da Bar”. La pizza di Totò, che è tanto diversa da come piace a me, ma è buona lo stesso. L’amico kebabbaro che è sempre diverso, chissà perché. E la libreria delle cose introvabili, che tanto vorrei entrarci e perdermici una volta, e alla fine mai l’ho fatto.
Che io per Bologna ho proprio una cotta, e per il Pratello amore vero.
Ma tanto io qui poi torno, lo so.

La gente mi parla

Scatto una foto all’uomo che legge il quotidiano sulla barca bianca poco piú avanti, mi da le spalle ed è facile rubargli uno scatto. Il sole è forte, la sbronza di ieri sera non mi permette di tenere gli occhi aperti, non piú del minimo sindacale estorto nell’ultimo contratto nazionale dalla mia retina.

Mi giro su me stesso varie volte, a cercare inquadrature interessanti, passeggio qui e la sulla sabbia, senza allontanarmi troppo dal rottame di barca sul quale ho appoggiato la giacca. Fa un caldo “que te cagas” dicono qui, e io lo sento tutto.

Ho appena perso il tappo della Canon, scivolato da non mi ricordo quale tasca in non solo quale punto della spiaggia. Ma lo scopriró tra una quindicina di minuti, quindi ora sono sereno, tranquillo, quasi felice.

Una anziana coppia si avvicina, con un cagnolino al seguito, nonostante le dimensioni minute si vede che ha almeno la loro stessa etá equivalente, non ha il guinzaglio ma non si allontana mai a piú di un metro dell’uomo.

È un nonnetto, tondo, fiero. Mi si accosta e mi saluta, guarda il rottame della barca e comincia a raccontare:

“Hablas español?!

“este barco tiene toda una historia por dentro…” vuole che io domandi… e quinid lo faccio…

“¿Ehm perdona… que historia?”

E la storia comincia.

“Ehh.. una historia de un siglo. Este barco está aqui en el mismo punto… hace… 60 años. Fue de los pescadores, de los pescadores que vivían aqui a frente de el mar. Aquí no vivían los ricos. Solo habia pescadores y pobres, que comian lo que el mar los dejava.”

“¿Vosté eras pescador?”

“No no…” sorride “Yo llegavo de mi casa a la playa para comprar pescados fresco, de la noche antes… tan bueno, tan claro… y ahora no existe mas, y estos barcos lo utilizavan ellos, y aqui y allí (mi indica la spiaggia con la mano) una vez todo era mar, era propriedad de el mar, había mucha meno playa… y mucha meno jente…”

“Ja… la entendo… entonces este barco es mas un monumento que un barco roto”

“Eso… ¿De donde eres?”

“Italia”

“Ah… no tiene la cara de italiano… ni el acento”

“¿Y qual es la cara de italiano?” domando divertito.

“La de Gasmann!”

“Ah… eh, hojala. Lo intentaré, con los años…”

“Mi mujer llamando, que lo pasas bien, adios italiano!”

“Adios”

Pigugno e punti

Me ne sto, come capita spesso, solo a pranzo, al ristorante, seduto in uno di quei tanti tavolini apparecchiati invano per due.
Al tavolo a fianco si siedono quattro colleghi, due coppie di muratori e saldatori che si sono incontrati oggi per caso al ristorante e non disdegnano di dividere la tavola per farsi due risate.
Dopo un paio di puttanate, che ascolto perché ne ho l’abitudine, non il vizio, uno annuncia che aspetta il primo figlio. Il collega risponde:
“Col culo che c’hai è gemellare”
Al ché l’interessato risponde: “Pigugno e punti!”
E il fatto di capirlo, mi fa sentire un poco più modenese di come non mi senta di solito.

Perché piangi?
Io? No io…
Sì, tu, perché piangi?
Non lo so, io… non lo so.
Lo sai, cose tue?
No… mi pare di no.
Di altri?
Sì credo di sì.
E perché piangi tu?
Perché assorbo, perché assorbo tanto.
E ci stai male?
No… in realtà no, mi pare, non so. Mi pare di poter sentire il disagio, l’angoscia, la delusione degli altri, è come se sentissi di potermela mangiare, digerirla, piangerla per loro, che sia convinto che serva no… Però se potessi buttarla fuori io al posto loro, chissà, no? Lo trovi stupido?
No, non è stupido, è un po’… onirico, non trovi?
Sì, ma anche tu sei onirico, sono solo qui. Sono solo.

Gli entusiasti

Ciao, sono un entusiasta. Senza apostofro, sono uno entusiasta. Un entusiasta.

Non ho nulla più e nulla meno di voi, ma sono entusiasta. Io mi infiammo, mi scaldo, scoppio per le cose che mi piacciono. Mi piacciono le cose che mi infiammano, mi scaldano, mi fanno scoppiare. Il resto niente. Il resto mi sfiora, spesso non lo vedo.

L’entusiasta trasmette energia, felicità, passione. Le trasmette a chi si approccia a chi riesce ad interagire. Chi ce la fa ha già superato il primo scoglio, non spegnere l’entusiasmo dell’individuo crepitante.

Un entusiasta ha però in se un rischio intrinseco per gli avventori sprovveduti.

Chi conosce e si relaziona con una di queste persone rischia di fare l’errore di credere che quanto prova, quanto viene trasmesso e la marea di emozioni che trasudano da tale individuo siano conseguenza della propria presenza, della propria aura o comunque merito della propria esistenza, lì, in quel momento preciso.

Non è così. Non funziona così. Siamo entusiasti per colpa/merito nostro. Ci gasiamo per una penna che fa finta di essere un pennello, per uno scatto rubato con una reflex che pensavamo di non saper utilizzare, e che torneremo a non saper maneggiare. Ci entusiasmiamo per una frase sentita, per una detta, alle volte per una idiozia solo pensata. Mettiamo tutta la passione in un progetto in cui crediamo, per poi spegnerci se ne veniamo delusi nelle ambizioni o nelle aspirazioni.

Quando credete di averne il merito, ne rimarrete delusi. Dall’entusiasta prendete senza chiedere, ma non pretendete di esserne gli ispiratori, spesso le nostre muse sono la demenza, l’illusione.

Siamo anche persone normali, se riuscite a non spegnerci capita che assorbiamo pure, mica ci nutriamo di sola passione autoprodotta.

Quanto ho scritto in queste poche (troppe?) righe non vi salverà dagli errori descritti, però potrebbe aiutarvi a capire dove li avete commessi.

Nemmeno gli entusiasti, pur riconoscendosi, riescono a salvarsi da questo credersi il centro gravitazionale di altri. Si illudono, seguono, rimangono brevemente interdetti, ma poi grazie alle proprie muse si appassionano ad altro, e dimenticano, o almeno così pare.

Generatore di bidoni casuali di amico prestigiatore illusionista

Dicesi amico prestigiatore illusionista colui che conosce l’arte di sparire per mesi e riapparire quando meno te l’aspetti.

F5 per generare ulteriori frasi.


Faringite e dintorni

Avviso ai creatori di pillole da introdurre via orale: a Faringulo dovete andare…

Naturalmente se dovete studiare delle medicine per curare una faringite, dove si fa fatica a deglutire pure la propria saliva, fate delle compresse sempre più grosse, che ne so… fatele grandi come un mio alluce, o prendete spunto da un orecchio. STRONZI

Se qualcuno di voi studia CTF, beh se lo ricordi in futuro…

Poi torno sulla questione sopportazione del dolore vs maschi solo un’ultima volta, prometto.

Spunto da una conversazione privata…

U: sono maschio e quindi sono insofferente verso qualunque male, siamo la faccia insofferente della Terra

D: si è genetica, siccome non dovete soffrire le doglie del parto, hanno pensato di dotarvi di una soglia di sopportazione più bassa

U: Io ce li vedo il designer ed il tecnico (asessuati):

Tecnico: questi qui con il pistulino partoriscono?

Designer: no, no, quelli no

Tecnico: ah… allora risparmio, li faccio soffrire come bestie per qualsiasi colpetto

Designer: come vuoi

Mi ricorda il creatore di Elianto

In fila

In fila io ti faccio anche passare se hai una cavolatina da sbrigare al posto mio.

Se siamo a far la spesa ed ho un carrello pieno e tu solo la schiuma da barba, passi, suora.

Se siamo alla biglietteria e tu devi prendere il prossimo regionale dal binario 3 in direzione Bologna, mentre io son li a prendere i biglietti per l’interrail della prossima estate, passi, colera.

Ma siamo dal medico e sto di merda, l’ultima arrivata vorrebbe fare solo una ricetta, ma non ha mica chiesto di passare, anche perchè non sa di cosa han bisogno gli altri; lo ha solo detto perchè accortasi che la ragazza che di solito è li per smistare le sole ricette oggi è assente, ha capito che dovrà aspettare la fila di quattro persone.

Allora tu che sei li seduta, da dove tiri fuori la frase “signora per me può passare davanti, e credo siano d’accordo tutti”?? Che cazzo ne sai? Alla tua frase se rispondo “no” passo per l’uomo più cattivo della Terra, che poi forse… E mi limito a tossire. Che sicuramente tu sei dal medico per guarire la tua dipendenza da “cazzi altrui”. E non parlo di carni.

Che poi se un uomo è dal medico e non ha mandato la madre o la moglie con la propria parte del corpo dolente si vede che sta proprio per morire, questo naturalmente nella scala di sopportazione dei mali maschile che comprende solo gli estremi sto benemuoio.

Spesa for dummies – #3 – Parcheggio e carrello

Parcheggio e carrello

Il parcheggio vicino all’ingresso è comodo solo quando non c’è nessuno.

Il parcheggio è comodo se è vicino ai carrelli. Punto primo.

Perchè? Perchè se non avete bisogno del carrello non si capisce cosa ci facciate all’iper. Ricordiamoci che siete single o imbranati. Dummies non vi offendete, siamo amici io e voi.

Invece è importante non dover fare due chilometri per riportare il carrello al proprio posto. Che mi rompe.

Parcheggiare in retro è uno sfizio che è figo se siete bravi alla guida e se volete andare ad imboscarvi nei promontori, pronti alla fuga, in dolce compagnia.

Per caricare l’auto dopo la spesa serve il bagagliaio (che vi sarete ricordati di svuotare dalla roba sporca del calcetto perchè puzza e vengono i vermi se continuate a dimenticarvi di svuotarla in lavanderia) quindi la creatività lasciatela nel porta ombrelli, a casa, se andate a fare la spesa.

Se una signora sta riportando il carrello al proprio posto e vi sembra che vada dritto chiedetele di fare a cambio con la vostra monetina, sempre che lei non abbia la monetina “fedeltà” nel qual caso sarete costretti a fare la lotteria del carrello. Perchè? Perchè il carrello della signora era già stato selezionato, e come per le auto usate, un carrello usato da una signora vale di più, ma soprattutto ha le ruote che vanno dritte.

Non prendete mai l’ultimo carrello della fila. Se vi va bene avrà probabilmente problemi nell’aggancio, se vi va male ci sarà dentro un neonato.

Scegliere un carrello dalla fila ha la probabilità del 50% di darvi il carrello autosterzante, o con ruota semibloccata… ho amici ricoverati in psichiatria per questo.

Fate la spesa, evitate i garetti degli indecisi che fanno doppi passi tra la corsia dello zucchero e quella dei biscotti, e portate a casa la pelle.

Manca qualcosa? Ah sì, perchè non dobbiamo parcheggiare vicini all’entrata nei giorni di punta.

Ora che uscirete vi troverete a scartare le auto, incolonnate, perchè tra pedoni e carrelli tutto è rallentato. Voi raggiungete la vostra auto, caricate, smollate il carrello e siete vicini all’uscita, vi infilate e in pochi minuti siete in strada. Meno incazzo = pasti più buoni e digestioni più leggere.

Spesa for dummies – #2 – Dove

Dove

Grande non significa meglio.

Enorme non significa risparmio.

“Ci vanno tutti” non significa qualità.

Il pane dei supermercati è una merda. Lo sanno tutti, forse, ma meglio ribadirlo. Ha la qualità di gonfiarsi nello stomaco, è preparato con formulazioni cariche di lieviti ultra rapidi, pessimo. Diventa gomma nel sacchettino di plastica dopo 1 ora di conservazione. Passa allo stato di roccia se lasciato nella carta. In Emilia al Conad non si trova del pane orrenderrimo solo perchè si riforniscono dalla montagna, e il pane montanaro è piùbbbbuono. Qui. Ma il Conad è caro, avvisati.

Il pane si compra nei forni, cazzo.

Così come i computer si comprano nei negozi di computer e le auto dai concessionari, o usate, che è meglio, diceva un noto puffo.

Il supermercato è utile, ma non indispensabile. Non avete la nonna che fa la conserva? Ok si compra lì. Non vi fate la pasta in casa? Va bene si compra al super. Non volete spendere uno stipendio in prosciutto crudo? Bene ancora il mercatonissimo. L’acqua… se proprio non vi gusta quella del rubinetto… e vi è impossibile fare arrivare il rivenditore con il vetro a casa…

Ma…: il parmigiano si compra al caseificio se siete in emilia, perchè costa pure meno!

La salsiccia dei supermercati ora è preparata in budello non di maiale. Quando si cuoce diventa gomma e fa cagare. Per le grigliate serie si compra dal macellaio.

Dalle 19 in molti supermercati la carne costa meno, sconto 25-40%. Se non avete la fortuna di esservi convinti che l’essere umano è vegetariano, beh almeno non fatevi inculare. Ricordate che questa spocchiosa guida è rivolta a questi soggetti.

Se dovete cucinare un bel filettino o dei nodini dal colore ammiccante, comprateli dal macellaio, se è per voi il filetto esselunga va benissimo, ma sceglietelo senza il costone di grasso che fa solo peso e dovrete pulire…

Se abitate da soli in pratica non avete bisogno dell’iper. Ma se ci andate comprate tutte quelle cose senza scadenza nell’immediato e risparmiate con spesa furba.

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